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Feste, mestieri e giochi

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Feste, mestieri e giochi

fabbrica scarpe Uno dei mestieri che a Boscoreale, tra il 1950 e il 1960, ebbe eccezionale sviluppo, fu quella del calzolaio di fabbrica. In quel periodo, difatti, nacquero numerosi opifici (frabbeca d’’e scarpe, ma in realtà si trattava, nella maggioranza dei casi, di pantofole, di zoccoletti e sandali) per opera di piccoli imprenditori illuminati, quasi sempre ex calzolai che pensavano in grande, anche perché avevano fiutato l’arrivo di quello che negli anni a venire sarebbe stato ricordato come il periodo del boom economico. Accanto, e sempre in quegli anni, o poco più tardi, presero vita le prima fabbriche di pantaloni, quelle di jeans e jacquet (questi ultimi erano detti gippune), e di costumi da mare. Anziana che lavora i ferriInsomma, furono questi i lavori che le maestranze di Boscoreale, ex sartine, ragazzi di calzolai, nuovi cucitori e tagliatori intrapresero per affrancarsi da quelli che da secoli erano i mestieri tradizionali: barbiere; contadino; potatore; scalpellino; basolaio; zappatore; trainiere; sellaio; fioraio; panettiere; zoccolaio; falegname; sediaio (‘o siggiaro: con le diverse sfumature: ‘mpagliasegge, impagliatore, e masto r’ascia, maestro d’ascia, che approntava l’armatura di legno); lucidatore di mobili (‘o pulitore); stagnaro; funaio; innestatore (‘nzertatore: faceva innesti su piante e alberi, e in genere era anche contadino); bottegaio; sarto; sarta da donna; asolara: era specializzata nel fare le asole: ‘e pertuse (per cui era anche detta pertusara) a giacche, pantaloni e camicie; camiciaia (‘a cammesara, specializzata nell’approntare camicie e camicette da donna); pantalonaia (cuciva solo i pantaloni che le erano inviati dai sarti belli e tagliati su misura). E, c’erano, ancora le varie categorie di manovali tra le quali, eccelleva, quella di manovale muratore: ‘o mannibbolo fravecatore. In questo segmento, ovvero quello basolaidelle costruzioni, destinato ad affermarsi in maniera incisiva: si cominciò a costruire a tutto spiano e dunque servivano maestranze specializzate, si affermarono i mestieri che affiancavano quello delle costruzioni: stuccatore; pittore (prima era solo imbianchino); tappezziere (metteva tende e restaurava salotti); lastraro (vetraio); riggiularo (piastrellista). Non mancavano le ricamatrici e quelle altre che sapevano lavorare a maglia e all’uncinetto e le prime rimagliatrici di calze di seta. Ma c’erano anche i mannesi (carradore: costruiva carretti e ruote); i ciclisti (riparavano biciclette, che erano i veri mezzi di locomozione per la maggioranza della popolazione); i macellai; gli stoccaiuoli (venditori di stoccafisso, baccalà e affini: ‘e vientre ‘e stocco, le interiora) i venditori di granaglie (‘o sgagliaiuolo) per polli; ferracavallo (maniscalco); gli stagnini ambulanti; il mollettaio (costruiva mollette di legno per tenere fermi i panni stesi ad asciugare sulle funi, nei cortili); i calzolai (distinguibili in scarpare, capaci di fabbricare un paio di scarpe su misura, e solachianielle in grado sediolone pulisci scarpesolo di riparare tacchi, suole e metter qualche pezza alla tomaia); pulizzascarpe, lustrascarpe; fornaio; il molaforbici; il conciapiatti; il conciaombrelli; la levatrice (‘a vammana). E il pezzente. Perché anche quello era un mestiere praticato, o davanti alla chiesa o all’ingresso del cimitero. E, non mancava l’acquaiuolo; raccoglitore di olio esausto, rame, piombo (Nicola ‘o buttigliaro); l’espurgatore di pozzi neri; il castagnaio; il venditore di frattaglie (‘o peramussaro); ‘o cevezaro (venditore di gelsomore, rosse o bianche); il panzaruttaro (venditore di frittelle e crocché: i panzarotti). Uno sviluppo di ampio respiro ebbero anche le fabbriche per imballaggio di legno: ‘e ggabbiette, visto che dallo scalo merci della locale stazione delle 'o buttunaroFerrovie dello Stato, ogni giorno partivano vagoni carichi di frutta e verdura dirette ai mercati del Nord e del centro Europa. Tre erano le più grandi: Carotenuto, Vangone e De Stefano. Mestieri stagionali o occasionali erano quelli che si facevano all’epoca della vendemmia: bottaio; vendemmiatore; torchiatore, addetto alla pressa-torchio per la premitura delle vinacce; l’allargalana o il banditore. Banditore famoso sul territorio, richiestissimo per pubblicizzare l’apertura di nuovi negozi o prodotti scontati, fu Gennaro Pagnotta. I bar dell’epoca – e ve n’erano parecchi, sparsi un poco su tutto il territorio - si chiamavo café, e in genere accoglievano giocatori di carte napoletane (primiera, zecchinetto) e davano il caffè con lo schizzo (con una goccia d’anice) e la sambuca con la mosca (un chicco di caffè). Uno di questi bar – café tenne a battesimo la prima grande vincita al Totocalcio, in Italia. Il Totocalcio allora detto anche Sisal e nell’aprile del 1960 pagò per quell’unico tredici 160 milioni 622 mila 323 lire a Vincenzo Formicola, vincitore SisalVincenzo Formicola, ferroviere dello Stato, che aveva giocato la schedina vincente in piazza Pace, al bar di don Pasquale Grimaldi, anche ricevitoria. Le case erano per la maggior parte a un solo piano. Poche tra esse avevano anche il piano nobile. Tutte avevano il caratteristico tetto a carosa (a volta) e il lastrico solaio fatto con latte di calce e lapillo, il tutto battuto con martelli di legno (’e mmazzoccole) sino a dargli una consistenza simile al cemento armato. E tutte erano state costruite in pietra lavica vesuviana, con mura da ottanta centimetri di spessore, anche quelli interni. La fornitura idrica cittadina era affidata a fontanine comunali distribuite un poco dappertutto sul territorio. Erano in pochissimi ad avere acqua corrente in casa, principalmente perché mancava la rete idrica cittadina. In genere, per lavare panni, frutta e verdura, ci si serviva di acqua piovana accumulata nei pozzi appositamente approntati, ‘e ppiscine, da cui veniva tirata su con secchi di latta e carrucola, ‘a terocciola. La strada principale era via del Popolo: su tutta la sua lunghezza c’erano tre macellerie, un cappellaio, due calzolai, quattro saloni di barbiere, uno dei primi coiffeur, due sarti, un orafo – gioielliere - orologiaio, un tabaccaio, un fornaio, diverse botteghe e mercerie, alcune salumerie – panetterie, un cinema, due bar, una bottega da fabbro, una pasticceria, una falegnameria, due lavanderie, un armiere, un bancolotto, un vetraio, una sede di partito e un fabbricante di casse da morto.
I giochi dei ragazzi andavano dal classico nascondino (era detto ti fò) al calcio. Ma c’erano anche quello dello strummolo (trottola di legno), la cumeta (aquilone), la settimana (‘a campana), mazza e pivezo (gioco della lippa); stagnarielli (tappi corona), molle, fionda, arco e freccia (fabbricata, quest’ultima con ferri d’ombrello appuntiti), ritrattielli (figurine d’attori e calciatori), palline di vetro, guerra finta, pacchiose, ‘a barracca (si tracciava una linea a terra e vinceva chi più si avvicinava: ne derivava il diritto di tirare in aria una moneta nascondendola, quando ricadeva, e chiedendo d’indovinare il verso), tombolo (con palla di legno e buche scavate nel terreno del cortile), nucelle (nocciole), petriata (sassaiola), cerbottana, uno ‘mponta â luna (cavallina), trezza longa, muré, ‘o schiaffetto (schiaffo del soldato), sbattanuro, tuocco a stampà (simile alla barracca solo che si faceva la conta per sapere chi 'o chirchio lanciava la moneta), ‘o chirchio (un cerchione di bicicletta variamente addobbato e fatto rotolare con un bastone o un ferro sagomato), ‘a mmesurella (la misurina: o misurando con il palmo della mano oppure con un legnetto di misura definita), ‘a signora saglie o scenne, a ntuppà (con palline o ossi di albicocca), ‘e scoppole, ‘o carruocciolo (carrettino con ruote ricavate da cuscinetti a sfera), palla ‘e pezza (palla di stoffa piena di segatura), bottoni, monopattino. Il trenino elettrico, quando ve ne fu la possibilità, pistole e fucili per chi voleva fare lo sceriffo, copiando gli eroi dei film Western in voga al tempo. E se ne è stato dimenticato qualcuno, chiediamo scusa. Le ragazze giocavano alla cucinella con pentole in miniatura e maccheroni spezzettati.
Corpus dominiLe feste comandate erano tante. Qualcuna di esse è rimasta ancora perché gli anziani ne tramandano la tradizione. La prima dell’anno nuovo era l’Epifania, giorno in cui usciva dalla chiesa madre la processione con le pacchianelle: ragazzi e adulti, che indossavano i caratteristici abiti da lavoro e portavano doni al Bambinello. Era poi in turno di Sant’Antuono e dei fucarazzi, il 13 gennaio, fuochi devozionali attorno ai quali si ballava, si cantava, si beveva e si esorcizzava l’inverno ancora da passare. Arrivava poi carnevale con la preparazione del fantoccio che alla fine della giornata veniva bruciato, e il giorno successivo, Quaresima, vedeva la costruzione del Una cappellasimulacro di una megera con sette penne di gallina infilzate in una patata, che faceva da parte inferiore del corpo. Era poi il turno di Pasqua, con i casatielli, le pastiere e i taralli con lo zucchero (‘o nnaspro) bianco, del lunedì in Albis e della scampagnata alla Giuliana o al Vesuvio, con la frittata di maccheroni e ‘o tortano. Quindi venivano le feste diprimavera, Corpus Domini, Ascensione (le cappelle), Santa Maria Salome (si faceva la fiera degli animali: si poteva comprare il porcellino da ingrassare per l’anno successivo) e la Madonna del Carmine, in successione. La devozione voleva che in quella occasione si facessero le zandraglie fritte (il dolce caratteristico cittadino fatto con miele e diavolilli), a Santa Maria Salome, e le polpette (senza carne ma con pane ammollato, aglio, pinoli, uva passa, prezzemolo) prima fritte e poi mese nel tegamino di creta, con pomodoro. Erano destinate a fare da contorno agli ziti spezzati conditi con il ragù di carne (fatto con la braciola: involtino), nella festapatronaledella Madonna del Carmine. mellonaroAll’Assunta, 15 agosto, bisognava mangiare il mellone(che è quello rosso, l’anguria) con il pane. Dopo agosto, era quasi finita. Salvo la piccola festa che si faceva nei poderi quando si vendemmiava. E dunque, si arrivava all’otto dicembre, quando s’iniziava a costruire il presepio, si festeggiava l’Immacolata, arrivavano gli zampognari e si iniziavano ad assaggiare le prelibatezze natalizie. Infine tra Vigilia, Natale, santo Stefano, 31 e primo dell’anno, era una sarabanda di pranzi, dolci, fichi secchi, bevute. E di tombolate con scorzette di mandarini o fagioli a segnare i numeri sulle cartelle. Prima della sparatoria per dare l’addio all’anno vecchio e salutare l’arrivo quello nuovo. 

Le notizie sui mestieri, giochi, botteghe, feste, cucina, sono tratte da «Profumo d’antico – scene da un territorio » saggio storico – documentale del territorio di Boscoreale di Carlo Avvisati, giornalista, scrittore. 

Ultima modifica

lunedì 22 settembre 2014

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