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I gioielli e gli aurei di Boscoreale «Tutto accadde tra mezzogiorno e pomeriggio inoltrato di sabato sei aprile 1895. E tra qualche rigo si dirà il perché della citazione di quella data, che di fatto esclude le altre del nove e del tredici aprile, per anni ritenute dagli studiosi entrambe ammissibili, quasi con la stessa percentuale di probabilità.
Michele Finelli, dunque, che era l’uomo di fiducia del de Prisco (si tratta di Vincenzo De Villa PisanellaPrisco, notabile di Boscoreale e proprietario dell’appezzamento di terra nel quale si ebbe il ritrovamento), per non sprecare nell’ozio l’ultima mezz’ora che separava lui e gli altri operai dalla fine della giornata di lavoro e dall’inizio della festa, che sarebbe poi continuata l’indomani, domenica, con la prima parte della mattinata dedicata alla benedizione delle palme e con la successiva metà serbata per il pranzo e le visite dei parenti, decise di dare un’occhiata nel condotto che i lavori avevano riportato alla luce sotto il torculario, quando s’era ripreso a scavare nella proprietà dell’avvocato, dopo la pausa di mezzodì.
Da alcuni giorni la squadra formata da manovali e da zappatori stava liberando dal lapillo il torcularium della villa romana, intercettata pochi mesi prima in contrada “Pisanella”, nell’immediata periferia sud di Boscoreale.
Michele si introdusse nel pertugio da solo e portando con sé una vecchia lanterna. La fiamma sprigionata dallo stoppino a petrolio gli avrebbe certamente dato un poco di luce, durante quella prima sommaria esplorazione. L’indagine vera e propria del vano, poi sarebbe proseguita, senz’altro in maniera ben più approfondita e circostanziata, al principio della nuova settimana.
Appena poggiato piede nel locale, l’uomo intravide uno strano scintillio che proveniva da un cumulo di materiale, peraltro poco distinguibile nei particolari a causa dello scarso chiarore diffuso dalla lampada.
Il mucchietto era situato a qualche metro dal punto in cui si era fermato per guardarsi intorno. Nel volgere di un attimo “il giardiniere”, che tutto era fuorché stupido, intuì che quel luccichio poteva significare qualcosa di veramente importante e che ben gli sarebbe stato grato il suo datore di lavoro, il signorino don Vincenzo, se quanto visto confusamente teneva nascosto per davvero quello che lui stava immaginando in quel momento.
Per tale motivo, ma più per liberare rapidamente il cantiere da occhi indiscreti, aveva gridato “alla mofeta”, il gas fatto di anidride carbonica che avvelenava, e spesso uccideva, chi a quel tempo scavava pozzi e cisterne nel sottosuolo vesuviano.
Dunque, strabuzzando gli occhi a fingere spavento, muovendo le mani a simulare ter-rore e dando a vedere di aver perduto la voce per la paura, ma in effetti lanciando oc-chiate ammiccanti al padrone, raccontò agli altri operai della difficoltà di respiro che aveva avuto là in fondo; disse delle ossa che si scorgevano sotto un cumulo di terriccio; parlò di ombre di chi sa chi o che cosa, apparse alla fioca luce della lanterna.
Insomma, tanto disse e tanto fece che l’avvocato intuì di dover allontanare rapidamente gli operai dall’area di scavo e che un segreto si celava sotto terra, nella sua proprietà.
Pagata la settimana ai lavoranti, con il sovrappiù di una mancia perché ciascuno di essi potesse buttar giù assieme a qualche bicchiere di “rosso” anche lo spavento procuratogli dalle urla di Michele, padrone e fiduciario, appena restarono soli, ridiscesero nel budello, armati di lanterne e zappette. Là, scavarono, spostarono, smossero, e trovarono.
Oro: gioielli.
Argento: bicchieri, brocche, piatti, cucchiai.
Monete: tante, e per giunta fior di conio
Gli ori di BoscorealeEra stato intercettato, così, per una circostanza fortunata, in un pomeriggio primaverile del 1895, quello che sarebbe stato per sempre ricordato come il “Tesoro di Boscoreale” o della villa “Pisanella”».
Gli otto gioielli d’oro: una catena doppia, a maglie, lunga, nelle due parti, 1,45 metri, pesante 325 grammi; quattro bracciali, di cui due armille serpentiformi per le braccia, e due bracciali da polso a semisfere, con chiusura a baionetta; due orecchini con vetri a imitazione dello smeraldo, e un anello, furono venduti da Vincenzo De Prisco, assieme al tesoro di argenterie, al Museo del Louvre, a Parigi. Antoine de Villefosse, l’archeologo curatore della sezione archeologica del museo, che ne trattò l’acquisto, così descrisse i monili: «I gioielli d’oro, in numero di otto, sono stati trovati vicino a dei pezzi d’argenteria, nella cantina della villa di Boscoreale; essi appartengono tutti al mundus muliebris. Sono stati acquistati dal signor Vincenzo De Prisco dall’Amministrazione dei Musei Nazionali, nel 1896, qualche mese dopo l’esposizione al Louvre dei vasi d’argento donati dal Barone Edmond de Rotschild. Sono in oro fino, a un titolo molto elevato; con ogni probabilità si tratta di oro a 22 carati».
Ori di BoscorealeI pezzi d’argento recuperati – o almeno quelli di cui si ha notizia – furono ben 102. Ulteriori reperti, oltre i 95 comprati da Rothschild, vennero difatti acquistati da E. P. Warren (due pezzi: un vaso e una coppa); dal conte polacco Michael Tysckiewicz (uno specchio tondo con manico e un bustino di donna, la cosiddetta Agrippina); da Cesare e Ercole Canessa: una coppa, un recipiente ovale con maniglie, un foglio d’argento servito per rivestire un piatto, e quanto restava dei frammenti di una Phiale: tazza poco profonda e larga, a volte impreziosita da rilievi e ageminazioni in oro.
I sette reperti, con l’esclusione del busto di “Agrippina” o “Antonia” (come qualcuno ritiene) che si trova esposto al British Museum, vennero donati anche loro, e in fasi successive, al Museo del Louvre. Persino l’”Agrippina una sua copia in argento, per concessione del conte Tysckiewicz, venne riprodotta dai gioiellieri parigini Haek e Hourdequin e da loro regalata al Museo francese perché la collezione fosse completa in ogni sua parte.
Gli ori di BoscorealeIl tesoretto di monete, costituito da denarii e un quinario, risulta pari a 1350 monete d’oro. Il colore “caldo” dell’oro monetale, dovuto alle ossidazioni causate dai gas bollenti espulsi durante l’eruzione del 79 d.C., secondo alcuni numismatici, viene utilizzato per descrive una «simile colorazione su qualsiasi oro romano».
Altro dato interessante è il numero conii effettuati sotto Nerone che prevale di gran lunga su quello di altri imperatori. Il valore intrinseco delle monete, senza dubbio il più consistente quantitativo di aurei giammai rinvenuto in area vesuviana, era pari a circa 30 mila franchi francesi del 1900. E, nel I secolo d.C. Gli ori di Boscorealeraggiungeva i 100 mila sesterzi. Altra particolarità dei denarii rinvenuti, costituiti da ben 117 tipologie differenti di conio, e che nessuno di essi risulta battuto nel 79 d.C.; le monete coniate in un periodo prossimo all’eruzione datano al massimo al 78 d.C.. Da considerare anche l’ottimo stato di conservazione dei pezzi battuti sotto Galba, Otone e Vitellio.


I brani e le notizie sopra riportati sono tratti da Gli ori di Boscoreale di Carlo Avvisati 

Ultima modifica

venerdì 31 ottobre 2014

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